Cinema: “Captain Fantastic” visto dal critico cinematografico Italo Spada

Captain Fantastic

Apologo e test

Ci risiamo: Piaget o Chomsky? La rigidità del cristallo, o la flessibilità della fiamma? E ancora: cercare di sopravvivere rimanendo a Sodoma e Gomorra, o salire sull’arca? Ogni volta che la discussione verte su come educare i ragazzi all’interno di una civiltà marcia e pericolosa, ecco che si ripresenta il dilemma. E via con i pro e i contro di genitori ed educatori, testimonianze di esperienze personali, citazioni di pareri di esperti. Difficoltà di una conclusione condivisa e, per amore di pace, cambio di argomento. Fino alla prossima occasione, fosse pure la visione di un film. Come questo Captain Fantastic, seconda regia dello statunitense Matt Ross, che ha fatto incetta di premi in giro per il mondo. Un film – è bene precisarlo subito – costruito come un apologo, con l’intento di far riflettere sulla difficoltà delle scelte, soprattutto quando è in gioco il futuro di chi si ama.

Al centro della vicenda la famiglia Cash che è andata a vivere nelle foreste del Pacifico nord-occidentale. È una scelta coraggiosa e cosciente che il capofamiglia Ben (Viggo Mortensen) e sua moglie hanno condiviso per far crescere i loro sei figli (dai 5 ai 17 anni) forti, indipendenti e colti, ma alla larga dalla città e dal caos. Esercitazioni, caccia, suoni, canti, studio, discussioni: tutto finalizzato al rifiuto delle convenzioni, nomi e festività compresi. Il sogno finisce quando uno dei pilastri della famiglia s’incrina. Dalla città dove è stata ricoverata per disturbo bipolare, arriva la notizia del suicidio della mamma e, per acconsentire alla richiesta dei figli che vogliono vederla per l’ultima volta, Ben è costretto a caricare l’intera famiglia su uno scalcinato pullman e a mettersi in viaggio verso Albuquerque, dove si terrà il funerale. Viaggio che diventerà mini odissea per l’impatto dei ragazzi con ciò che fino a quel momento hanno ignorato e per la crisi in cui cade Ben costretto a rivedere le sue idee di padre, maestro e capitano.

Non serve insistere su altri dettagli e rivelare la conclusione della vicenda. Non serve nemmeno dilungarsi su richiami filmici che porterebbero fuori tema, come l’accostamento a Il ragazzo selvaggio (1970) di Truffaut per discutere sulle conseguenze psicologiche e comportamentali di un primitivo catapultato nell’era multimediale, a L’attimo fuggente (1989) di Weir per paragonare Ben alla figura del “capitano mio capitano” evocata nel titolo, a Little Miss Sunshine (2006) di Dayton e Faris per vedere nel viaggio “on the road” il ritorno di un’intera famiglia alla normalità.

Captain Fantastic è un ennesimo test di comportamento per quei genitori che, vedendo trappole disseminate dovunque, vogliono proteggere i loro figli dalla catastrofe. Si chiede loro se conviene, se si può, se è giusto far crescere i ragazzi a contatto con la natura e fuori da quello che definiamo, con diffidenza e storcendo il naso, “consumismo”. Ben Cash vorrebbe che i suoi figli diventassero “re filosofi” come nella “Repubblica” di Platone e li vuole “unici” persino nei nomi che dà loro. Nessuna novità in tal senso, giacché tutti i genitori sognano figli non comuni, eroi capaci di scalare ripide pareti e guerrieri senza macchia e senza paura. Anche la sua critica ai programmi scolastici può essere condivisibile perché, a volte, una discussione in famiglia che stimola riflessioni personali e motivate può valere più di dieci lezioni in classe, ma bisogna aggiungere che quanto si apprende vale ben poco se, al primo impatto con la realtà, va in frantumi. Il vero errore del Capitano Fantastico (del quale, onesto com’è, si renderà conto) è l’utopia. Bo, Vespyr, Kielyr, Rellian, Zaja e Nai non sono nanetti destinati a vivere per sempre nel bosco e, prima o poi, con il suo consenso o meno, dovranno uscire dal guscio, tagliarsi i capelli e fare i conti con l’amore, il supermercato, i videogiochi, la televisione, i riti religiosi. Da qui, l’accettazione dei compromessi: un piede a casa e un altro a scuola. Che non vuol dire necessariamente sconfitta, ma acquisizione di un valore che farebbe bene non solo a genitori e docenti, ma a tutti coloro che, in qualità di “capi”, detengono il potere: l’equilibrio.

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Regia: Matt Ross

Con: Viggo Mortensen, George MacKay, Samantha Isler, Annalise Basso, Nicholas Hamilton

USA, 2016

Durata: 120’

 

Italo Spada

(italospada@alice.it

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Informazioni su Rita Caramma

Giornalista, scrittrice, poeta, autrice di testi teatrali e operatore culturale. Pubblicazioni: "Nella mia ricca solitudine" (Il Filo - Roma), "Retrospettive dell'inquietudine" (Zona - Arezzo), "Il ragno" (Artencircolo - Acireale), "Vestale di maschere" (Zona - Arezzo), "Ti parlero' d'amor" (Drepanum - Trapani). Per contatti, potete andare sul profilo omonimo di facebook o sulla pagina di cultura e spettacolo della stessa, sempre su facebook, dal titolo "Qualcosa da dire".

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