Cinema: “Un padre, una figlia” nelle parole di Italo Spada

La difficoltà di rimanere onesti in “Un padre, una figlia”

di Cristian Mungiu

Nessun dubbio: l’onestà prima di tutto. A casa, nella società, sul posto di lavoro. Se si vuole contribuire a cambiare le cose non si deve entrare a patti con la propria coscienza. Sempre? Sempre! Il dottor Romeo Aldea, medico in un ospedale di una piccola città di montagna della Transilvania, ha da sempre raccomandato l’osservanza di questo precetto alla sua unica figlia, Eliza, alunna modello in procinto di superare gli esami di maturità (il bacalaureat, come lo chiamano in Romania) e vincitrice di una borsa di studio che le permetterà di andare a studiare psicologia in Gran Bretagna. È lì che la ragazza, come sogna il padre, potrà costruire il suo futuro, senza dover fare i conti con il malaffare e la prepotenza dei malavitosi. Farla allontanare dai genitori e dal ragazzo che ama ha poca importanza, perché i primi vivono già da tempo da separati in casa e il secondo non è di certo il cavaliere senza macchia e senza paura che Eliza crede. A mandare in frantumi i piani del dottor Romeo, come un sasso scagliato sul vetro della finestra di casa o sul parabrezza dell’auto, un incidente del tutto imprevisto. Prima di sostenere gli esami, Eliza rimane vittima di un’aggressione sessuale. Non c’è stato stupro, ma lo choc è rilevante. Il tentativo di difesa le ha procurato, tra l’altro, anche una frattura al braccio che diventa serio handicap per svolgere in modo ottimale le prove scritte; nulla di grave se non pesasse sull’esito del voto indispensabile per beneficiare della borsa di studio. I tentativi legali di farle rinviare la prova falliscono e Romeo, per non infrangere il sogno più suo che di sua figlia, entra in contraddizione con i principi di onestà che ha sempre sostenuto. A poco a poco, cade nella spirale della corruzione e dell’illegalità, favorisce per essere favorito, si converte alle tesi di “una mano lava l’altra” e “del fine che giustifica i mezzi”. Non serve (e non credo sia giusto) rivelare a chi legge l’evolversi e la conclusione della vicenda. Cristian Mungiu non è Alfred Hitchcock e non si è convertito al giallo. “Un padre, una figlia” (Miglior regia a Cannes, 2016) rimane sulla scia di “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” (2007) e di “Oltre le colline” (2012): cinema di domande,  un sorta di test per gli spettatori. Cosa saresti capace di fare  per amore dei tuoi figli? Amore e onestà possono convivere? È proprio vero che tutte le persone sono corruttibili? È giusto rinunciare ai propri principi per difendersi da un’ingiustizia? Mungiu si serve di Romeo Aldea (medico perbene e stimato da tutti, non un cittadino sprovvisto di senso civico) per denunciare la corruzione e per avviare  un’indagine sociologica e psicologica. Fino a che punto la spintarella, l’intervento di chi conta, la raccomandazione non sconfinano nella disonestà? E se fosse l’ottusità della legge a far diventare disonesti? Interrogativi che suscitano dibattiti in Romania come nelle terre che odorano di mafia. Murgiu è un regista e, come avviene nel cinema dei fratelli Dardenne (non certo per caso citati nei titoli di coda), invita a riflettere utilizzando i ferri del mestiere: lo stile personale, il linguaggio prettamente filmico, la scelta di calibrati interpreti, l’uso di campi e controcampi, le inquadrature studiate, l’inserimento di personaggi simbolo, il ricorso alle metafore. Esplicitiamo, prendendo in esame sequenze che ai non addetti ai lavori potrebbero sembrare superflue e avulse dalla vicenda. Tutto inizia con qualcuno (chi?) che lancia un sasso e procura un buco nella finestra di casa Aldea. Visto quello che accadrà subito dopo a Eliza e considerato che non sarà l’unico atto di vandalismo nei confronti del protagonista, non si pensa al caso, ma ad uno sgarro, a una vendetta personale. È così? Non lo sapremo e al regista non interessa più di tanto. Quello che vuole dirci è nascosto nel gesto che in seguito farà compiere a Romeo: non una soluzione radicale come quella di sostituire il vetro, ma l’accorgimento provvisorio del mettere una toppa. È quanto ha fatto con la relazione coniugale, è quello che fa per permettere alla figlia di spiccare il volo. Le persone oneste, come scrisse Charles Péguy, si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine. Romeo le compie facendo violenza a se stesso, andando a battersi il petto nella solitudine di una boscaglia, cercando coraggiose indagini personali, rendendosi conto di avere sempre meno biglie nella boccia che contiene i giorni da vivere, attirandosi rimprovero e compassione di autorità e familiari. Nella solitudine in cui piomba (via da casa, indagato dalle autorità, picchiato dal ragazzo di sua figlia) sarà Eliza a fargli capire che anche ammettere di essere disonesti è un segno di onestà. Non sarà l’unica lezione. Una volta salita in cattedra, la sorridente alunna in posa per la foto ricordo della classe dei maturati sembra suggerirgli anche il consiglio di Malcolm Forbes: “Devi lasciare che i tuoi figli se ne vadano se vuoi che rimangano con te”.

 

Italo Spada

(italospada@alice.it)

 

Un padre, una figlia (Titolo originale: Bacalaureat)

Regia: Cristian Mungiu

Con: Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus, Lia Bugnar, Malina Manovici, Vlad Ivanov

Romania, Francia, Belgio, 2016

Durata: 128’

un-padre-una-figlia-foto

Senza categoria

Informazioni su Rita Caramma

Giornalista, scrittrice, poeta, autrice di testi teatrali e operatore culturale. Pubblicazioni: "Nella mia ricca solitudine" (Il Filo - Roma), "Retrospettive dell'inquietudine" (Zona - Arezzo), "Il ragno" (Artencircolo - Acireale), "Vestale di maschere" (Zona - Arezzo), "Ti parlero' d'amor" (Drepanum - Trapani). Per contatti, potete andare sul profilo omonimo di facebook o sulla pagina di cultura e spettacolo della stessa, sempre su facebook, dal titolo "Qualcosa da dire".

I commenti sono chiusi.